Cosicomesono

La Puglia è uno stato d’animo

Prendere un bus da sola, zaino in spalla, viaggiare verso la Puglia riempiendo il tempo con un libro.

Caranna, il suo silenzio, i suoi steli d’erba che si muovono al vento così somiglianti al velluto. Il trullo monumentale con impressi nella pietra i segni della fatica, del lavoro e dell’amore. Il verde, i fiori colorati, l’orto con i suoi carciofi. Struscino e le sue ferite dettate dall’intemperanza. Gatto Grigio che miagola perché aspetta il cibo. Il cane bianco e la mucca di cui non ricordo il nome.

Cisternino, la scala che sa di casa che porta alla casa perfetta per i suoi abitanti, i due piani, i meravigliosi terrazzi su più livelli che si aprono sui tetti come la vita si apre alle opportunità. I tetti. L’inquietante gufo di pietra del palazzetto di fronte, che sparisce all’improvviso a seconda della visuale. Il sole tra le nuvole, una costante dei miei giorni pugliesi.

Giù, piccola come uno scricciolo, che saltella finché non la tiri su in braccio e ci resta per ore (a meno che all’orizzonte non compaia Federico). Gattina, così diffidente, ma che mi ha regalato venti minuti di gioia quando ha scelto di accoccolarsi in braccio a me. Poltergeist, la sua dolcezza e le sue sputazze bavose. Mira, che prende il nome da noi splendide sorelle Miraglia. Marta la pazza. Il grassoccio Mini Me. Il curioso ma spaventato Drupilio, la sua fame e la sua pipillaggine. Gatta Piccola, la più tranquilla, immobile e silenziosa. Rain, la prima figlia, a suo modo regina. Bimbu, morbida e tenera, con i suoi occhietti malandati ed il suo pelo arruffato, che mi ha letteralmente rapito il cuore ed è stata la mia compagna di letto e di fusa.

I colori, i fiori e i profumi di Hortus, che incredibilmente non mi hanno resa allergica pur senza antistaminico. La bianca Ostuni, la cattedrale col suo ricchissimo rosone, l’aperitivo pugliese sotto la pioggerella fine in un posto unico al mondo. La Caipiroska.

Il tuffo nel passato sedute sulle scale di casa scartabellando bigliettini e quaderni conservati in uno scatolone, con la metà delle persone citate che neppure ricordiamo chi siano. I messaggi a Stefano per prenderlo in giro e farci aiutare a ricordare le cose (Dialogo e Rinnovamento: lo scrivo per ricordare!). I cortili abbandonati, i dettagli sui muri accanto alla casa abbandonata in cui ci siamo introdotte come se avessimo vent’anni. I dettagli, i balconi fioriti, i negozi con vestiti che sono delle chicche dai prezzi quasi impossibili, le scarpe verdi di vernice che gridano la necessità del possesso, le scritte sui muri bianchi, le lucine colorate, i pergolati. Chirico Bistrot al tramonto. Officine Zen con il suo charme e la sua unicità: nuovo orizzonte di vita, per una vita che continuamente si rinnova. Il Pharmacy Bar con le sue speciali medicine per l’anima.

Ripercorrere la storia delle signorine Miraglia, di Nonsolorossi e del Disegno divino.

La nobile e maestosa Martinafranca. Il caffè leccese. Il latte di mandorla regalato a me, proprio a me. Il vassoietto regalato a me, proprio a me. L’amore riservato a me, proprio a me.

Pugliaddosso. Asso Pugliatutto.

La mostra fotografica su Lisetta Carmi all’improvviso, poche ore prima dell’arrivederci, con una guida di eccezione e i turisti immersi nel timore reverenziale scatenato dalla guida di eccezione e dalla sua ospite forestiera. Le chiacchiere con Walter. Sentirmi inesorabilmente attratta dalle cinque vite di Lisetta, perché si può chiudere una vita e cominciarne un’altra una volta, due, tre, quattro, cinque e anche di più, chissenefrega.

Federico, i suoi silenzi, la sua discrezione, il rispetto per la fatica ed il lavoro. La riservatezza. L’accoglienza. I nomi assurdi dei B&B che dallo scorso weekend sono diventati anche la mia ossessione.

Mia sorella Lucilla, capace di portarmi in viaggio in modo lieve, con la quale non servono parole, che è riuscita, senza forse neppure saperlo, ancora una volta, a rimettere insieme il mazzo sparpagliato, se non altro a iniziare a mischiare le carte nel modo giusto per iniziare una nuova partita.

Il viaggio è vita, come le esperienze, i racconti, osservare la vita degli altri, vivere nuove dimensioni. Come le amiche e sapere che sono in buone mani e dentro orizzonti ricchi di opportunità per chi non si stanca mai di coglierle e di fabbricarne di nuove.

La vita è uno stato mentale. La Puglia è uno stato d’animo. Io sono Puglia. Grazie a te, sorella, l’ho ricordato.

Sant’Ilario: il non onomastico

C’è chi ha il non compleanno: io, quest’anno, ho avuto il non onomastico.

Nata l’11 maggio, festeggio l’onomastico il 13 gennaio, il giorno di Sant’Ilario, perché quando sono nata io esisteva solo il santo maschile, non tutta la caterva di Sante Ilarie inserite successivamente in calendario. Così sono rimasta fedele alle origini. Il caso vuole, però, che non si sa per quale strano motivo o congiuntura astrale, tutti i miei amici più cari confondono il 13 con l’11. Quindi capita spesso che mi facciano gli auguri l’11 gennaio o il 13 maggio. Vai a capire perché: sono pure due mesi completamente diversi!

Insomma, ieri era il mio onomastico. Che si è trasformato, però, in un non onomastico.

Tutto è iniziato l’11 gennaio, quando mia zia Stefania, di prima mattina, mi ha scritto un messaggio in cui mi chiedeva se era il mio onomastico: “mi ricordo l’11 gennaio, o sbaglio?”. Ci risiamo, ho pensato, la storia si ripete come ogni anno, ma almeno ho potuto dirle che il mio onomastico sarebbe stato di lì a due giorni e assicurarmi gli auguri nel giorno giusto, che infatti, poi, sono arrivati.

Arriva anche il 13 gennaio e accade l’inverosimile. A parte mia zia, ovviamente, che era stata avvertita, mia madre (ci mancherebbe), uno dei miei due figli, il grande (ma il piccolo si era appena svegliato, quando gli ho ricordato che giorno era, quindi è comprensibile non mi abbia fatto gli auguri, e poi si è rifatto abbondantemente cucinandomi, la sera, la carbonara), la fidanzata di mio figlio grande, Rebecca, e la mitica Barbara, che non c’è mai un anno che non si ricordi, nessuno, ma proprio nessuno si è ricordato che era la festa legata al mio meraviglioso e sorridente nome.

La mia amica Paola, tanto per cominciare, mi ha mandato il consueto messaggio di buongiorno alle 6,41 per dirmi che stava venendo a prendermi e non ha detto niente. Ho pensato: vabbé, vorrà farmeli di persona. Sicuro. E invece. Sono salita in macchina e non mi ha detto nulla. Ci siamo sedute al bar per la colazione e non mi ha detto nulla. Alla fine ho parlato io, le ho detto che le offrivo la colazione perché era il mio onomastico. “Uhhhhh, ci ho pensato tutto il giorno, ieri!”, la sua risposta. Complimenti! Ma era il giorno sbagliato!

Poi sono andata in ufficio: c’era Pina. Ho pensato che almeno lei se ne sarebbe ricordata. Invece non una parola. Ho offerto anche a lei il caffè, spiegandole che era il mio onomastico. A Mariangela, invece, solitamente la masta delle feste, l’ho ricordato io al telefono poco prima di andar via dall’ufficio e anche oggi mi ha promesso di festeggiarmi un altro giorno.

Non mi ha chiamata la mia amica Monica, che ho insultato via vocale Whatsapp appena uscita dall’ufficio e che ha addotto l’improbabile scusa di non aver ancora trascritto (il 13 gennaio!) gli onomastici e i compleanni sulla nuova agenda (ci conosciamo da 20 anni, non dovrebbe servirti un’agenda, santo Dio!) ma che poi mi ha promesso di offrirmi l’aperitivo entro la fine della settimana e l’aspetto al varco.

Il capolavoro, però, lo ha compiuto, come sempre, Lucilla. Siamo amiche da 34 anni e mai, MAI una volta si è ricordata il mio onomastico. Poiché al suo, il 31 ottobre (io me lo ricordo!), pubblica sempre la stessa foto, della statua di Santa Lucilla tra quelle di Santa Eugenia e Santa Ilaria, nella Cappella Ravaschieri nella chiesa del Gesù, le ho teso l’imboscata, chiedendole di inviarmi proprio quella foto, nella speranza che, almeno in calcio d’angolo, si ridestasse dal torpore. Lei di tutta risposta mi fa: “Mi sono scordata completamente! Che era: l’11? Dicevo io… madonna mi ricorda qualcosa questa data. ma come una cogliona non mi sono ricordata cosa…”.

Cretina, è oggi, le ho risposto. E giù risate a tutto spiano. Poi mi ha taggata sotto il suo solito post con le tre statue e, poiché Dio è grande, si è dovuta sorbire gli auguri a cazzo che le hanno fatto tutti i suoi contatti che non leggono niente manco se li spari e credevano che l’onomastico fosse il suo. Ben ti sta, amica mia.

Che poi non mi hai detto, Lucilla cara: tu sei la statua al centro, ma io sono quella di destra o quella di sinistra? Sarebbe un bel regalo di non onomastico se me lo svelassi nel giorno del mio non onomastico!

Ma che ne sapete, voi, del mio Natale?

Ho una forza così grande che potrei domare un leone inferocito, avvolgere e tenere stretti tutti i figli del mondo, sostenere ogni dolore e affanno, caricare il contenuto di una casa intera sulle spalle e trasportarla dove c’è sempre il sole, vedere il sole attraverso le nuvole, anche quando fuori imperversa la bufera, sollevare pesi, disgrazie, manchevolezze e, mettendole controluce, ricoprirle dei colori dell’arcobaleno, riempire vuoti e mancanze con mille attività e mille cure, abbracciare e baciare come se non fossi nata che per fare questo, prendermi cura di me stessa, avvolgermi nel torpore e nel calore quando ho freddo, vedere il futuro, che c’è un futuro anche quando sembra non ci sia, trovare soluzioni ai problemi prima ancora che deflagrino con tutta la loro potenza, inventare soli e nuvole e arcobaleni dove non ci sono, toccare gli altri anche quando desiderano nascondersi, lasciare andar via le persone che non vogliono restare, sentire le campanelle del Natale in mezzo al frastuono più grande, sentire il silenzio e starci bene dentro, stare da sola, tirare fuori tutto il bene dalla pratica quotidiana e anche il male e trasformarlo in bene, pensare ad una rinascita, lasciare un segno, riempire pagine bianche, a quadretti o a righe di mille parole, alzarmi dal letto alle sei del mattino solo per fare una passeggiata prima che tutti si sveglino e popolino le strade dei loro disagi, delle loro solitudini, della loro rabbia e della loro finta allegria, riempire la solitudine, trasformare la rabbia in energia positiva, fingere che vada tutto bene anche quando tutto sembra crollare, trovare la luce in un’amica, attirare tutti i cani e i gatti del mondo, immaginare viaggi che non farò mai, scegliere di vedere un film romantico quando non sarebbe il caso, divorare una serie tv in un solo pomeriggio, riempire salvadanai in attesa del viaggio da fare con le amiche, risparmiare su tutto, privarmi di tutto, avere bisogno solo dell’essenziale e nemmeno di quello, essere fiera, rinunciare a tutto per i miei figli, tirare un sospiro di sollievo quando sembra che manchi l’aria, fare domande a chi non ne fa a me, non cercare per forza le risposte, darmi risposte da sola anche quando non mi piacciono, fermarmi prima che sia troppo tardi, scegliere, sedermi al tavolino di un bar solo perché è esposto al sole, accarezzare la mia gatta e sentirmi bene, sapere di essere amata, essere la regina della casa, pensare e creare regali meravigliosi, ricevere regali inappropriati, pregare un Dio che può chiamarsi in mille modi diversi, trovare la gioia in un acquisto finalmente possibile, vivere mille vite leggendo un solo libro, non sentirmi persa, trovare sempre le parole, aspettare qualcosa che non verrà mai solo per il piacere dell’attesa, capire che quello che aspettavo non lo voglio più, tagliare rami secchi e trovare nuove radici, annaffiare sempre le radici per farle crescere più forti, nascondermi quando non voglio essere trovata, mostrarmi quando mostrarsi fa paura agli altri, sapere di non avere nulla da perdere, sapere di avere tutto da guadagnare, fare una follia, giocare con gli altri ma anche e soprattutto da sola, aver paura del vento ma anche amarlo quando raddrizza i pensieri, riempire l’anima svuotando mobili e buttando cose inutili, apparecchiare la tavola come se aspettassi ospiti anche quando ceno da sola, conservare regali sotto l’albero e aspettare il momento giusto per aprirli, trovare il buono in ogni situazione, vedere tutto nero ma non arrendermi mai, capire quando è ora di mollare, aspettare il momento giusto per mollare gli ormeggi, uscire di casa quando non ce ne sarebbe motivo, infilare una tuta calda e vagare per le strade la domenica mattina, sedermi al tavolo di un ristorante da sola, andare al cinema da sola, custodire gioie preziose e segreti, sognare, muovermi, fare, raccontare, continuare a scrivere e scrivere, fermarmi solo perché non c’è più spazio per farlo, sapere che c’è sempre altro spazio possibile, trovare il tempo anche quando non ne ho, perché chi dice che non ha tempo è misero, stanare gli egoriferiti e scansarli, sapere che è impossibile cambiare le persone, soprattutto ad una certa età, sorridere anche quando non ne ho voglia, riacchiappare il luccichio che si nasconde in fondo agli occhi, cogliere il luccichio negli occhi delle rarissime persone che ancora ce l’hanno ed esserne affascinata, sfiorare con delicatezza, affrontare nuove sfide, vivere con carne, sangue e ossa, piangere quando nessuno mi vede, piangere anche quando qualcuno mi vede, sopportare, credere ancora, ascoltare musica e sentirmi felice, ricambiare uno sguardo al supermercato, tirare fuori gli artigli dopo averli affilati, non mettermi mai nelle condizioni di essere ricattabile, tirare fuori il meglio, tirare fuori il peggio e infilarlo in un barattolo facendo attenzione a chiuderlo bene, essere speciale.

Ma che ne sapete, voi, del mio Natale?

Fenomenologia del “come stai?”

Ho sempre pensato che una delle espressioni più inutili, nella comunicazione tra esseri umani, fosse il “come stai?“. Il motivo è semplice. Se sto male e mi chiedi come sto, con quale faccia posso riversarti addosso tutti i miei malesseri e i miei guai, a meno di non essere terribilmente egoista e irrispettosa del tuo spazio vitale? Sarò costretta, banalmente, a rispondere “tutto bene“, mentre dentro muoio o, se proprio non voglio abbandonare la via della schiettezza, a ridurre tutto, altrettanto banalmente, ad un “abbastanza bene“, o ad un “non mi lamento, ma potrei stare meglio“, o, peggio ancora, “l’importante è che ci sia la salute“.

Capita raramente che l’interlocutore si fermi ad ascoltare la tua risposta. Il più delle volte va avanti a parlare dei fatti suoi o prosegue con domande tipo “hai visto che pioggia?“, o “hai visto quanto fa caldo oggi?“, roba inutile ai fini dello scambio tra esseri umani, perché in fondo (nemmeno tanto in fondo) al prossimo non interessa nulla di come stai tu. Non a caso, capita spesso che, quando a porre la domanda sei tu, la persona con cui parli non esiti a vomitarti addosso tutti i problemi che ha e che a te, nella maggior parte dei casi, sembreranno inezie rispetto a quelli che hai risolto nella tua giornata o a quelli che devi ancora risolvere e che ti sembrano una montagna da scalare.

Mi sono però trovata a rivalutare la domanda “come stai?” in un periodo che definire leggermente difficile è riduttivo. A chi mi chiedeva “come stai?” sapendo cosa stavo vivendo, avrei rovesciato una pentola di olio bollente addosso, o conficcato mille spilli nelle narici, o tirato una ad una le sopracciglia con le unghie. Insomma, la domanda mi provocava conati di vomito improvviso oltre ad accessi di rabbia inconsulta. Perché che diamine di domanda è “come stai?” se sai che la persona che hai di fronte sta male? Ed è quello che ho risposto io all’amica che, un mattino, di fronte al caffè, mi ha fatto la fatidica domanda. “Sto di merda, come vuoi che stia? Che cazzo me lo chiedi a fare?“. La mia amica, ovviamente, mi ha mandata a quel paese. E mi ha mostrato quanto fossi cieca a rispondere in quel modo. Quanto non mi rendessi conto che il “come stai?” non fosse che una carezza, in attesa del giorno in cui, di fronte a quella domanda, avrei risposto “sto bene“, decretando la mia guarigione anche agli occhi del prossimo.

Chiedere “come stai?“, mi ha spiegato la mia amica, è un’attenzione, come dire “ti voglio bene” o “puoi farcela: prima o poi mi dirai che va meglio, e poi che va bene“. Soprattutto, è come dire: “posso aiutarti?“.

Da quel momento, non solo alla mia amica, ma a tutti quelli che incontro chiedo “come stai?“. E non per retorica, ma perché davvero voglio saperlo e perché voglio che lo si chieda a me.

Mai più mi siederò allo stesso tavolo di chi non mi chiede o non mi ha chiesto come sto. Il “come stai?” è un’epifania. Un tripudio di bellezza, di umanità. Oltre che una necessaria espansione dell’empatia e della buona educazione. Soprattutto, chiedere “come stai?” è saper campare.

Ed è anche bello, in fondo, prendersi la libertà di rispondere come ci pare. Anche con uno “sto di merda“, tanto per spiazzare l’interlocutore. E’ lì che si capisce quali sono gli interlocutori con cui vale la pena proseguire a dialogare. Inutile parlare con chi ti chiede come stai (o qualsiasi altra cosa) ma in realtà non vuol sapere.

Al “come stai?” ci ha pensato anche Brunori Sas. “Come stai? È la frase d’esordio nel mondo che ho intorno. Tutto bene? Ho una casa e sto lavorando ogni giorno. Che cosa vuoi che dica? Di cosa vuoi che parli?”

Il decalogo della rappresentante di classe

1237La mia scuola è stata attaccata dai doppi turni, ascari maledetti che seminano il panico tra le mamme e contagiano l’intera platea come fossero peste. I sintomi più evidenti sono: ansia, disaffezione alla scuola, manie di persecuzione da parte di chi usufruisce del tempo ridotto rispetto a chi ha i figli a tempo pieno, un ampio dubitare che tutto ciò che comunicano dalla scuola sia vero, cosa che implica la scelta di personaggi strani come fonti attendibili piuttosto che fidarsi delle fonti ufficiali, e una brutta, brutta malattia, gli scontri corpo a corpo utilizzando come arma l’ultimo ritrovato chimico per eccellenza, Whatsapp.

Tutto ciò, come in un film dell’orrore dalla trama perfetta, mi ha spinta, oggi, a stilare un decalogo della rappresentante di classe, generico e completo. Prendete e godetene tutti. E quando oggi, all’uscita di scuola, incontrerete la vostra rappresentante, fatele un sorriso. Ve ne sarà grata.

  1. La rappresentante di classe non è la vostra segretaria. E neppure la vostra inserviente.
  2. La rappresentante di classe non è il vostro pungiball. Iscrivetevi a un corso di pilates, piuttosto.
  3. La rappresentante di classe non rappresenta solo il vostro splendido e specialissimo figlio, ma i bambini dell’intera classe. Che, dunque, devono essere considerati uguali tra loro.
  4. La rappresentante di classe non è Rockfeller. Non chiedetele di anticipare quote e, soprattutto, restituitegliele in fretta qualora decidesse di farlo autonomamente.
  5. La rappresentante di classe non muore dalla voglia di comunicarvi tutte le notizie che le passa la scuola per il fatto di essere il tramite istituzionale con le famiglie, ma è tenuta a farlo. Se pure, dunque, non vi interessano le sue comunicazioni, almeno fate finta di sì.
  6. La rappresentante di classe non ha più tempo da perdere di voi altre mamme, perciò cercate di ridurre al minimo le rotture di scatole riversate fuori dalla sua porta.
  7. La rappresentante di classe non è stipendiata. Tutto ciò che fa per voi lo fa per cortesia e gentilezza. Non abusate della sua pazienza.
  8. La rappresentante di classe rappresenta voi, la sua classe, e basta. Non dà consulenze esterne. Dunque non le chiedete di aiutare rappresentanti di altre classi solo perché vi sembra meglio la vostra.
  9. La rappresentante di classe è rappresentante, ma mica scema: se avete problemi da sollevare firmatele delle richieste scritte. Non rischierà di alzarsi durante la prossima riunione con le insegnanti e trovarsi da sola a perorare una causa non sua.
  10. La rappresentante di classe non ha la pazienza di Giobbe, anche se vi sembra di sì. Fate un piacere al suo stomaco: ogni tanto, insieme a un messaggino whatsapp, regalatele una bustina di camomilla. Roba buona.

Stai su Facebook e vuoi tutelare la privacy? Da bravo: torna a letto, sotto le coperte

Io odio quelli che pensano di avere ancora una privacy su Facebook. Tipo quelli che pubblicano la filippica che comincia così: “Dichiaro quanto segue: qualsiasi persona o ente o agente o agenzia di qualsiasi governo, struttura governativa o privata, utilizzando o il monitoraggio di questo sito o qualsiasi dei suoi siti associati, non ha il mio permesso di utilizzare informazioni sul mio profilo, o qualsiasi parte del suo contenuto compaia nel presente, compreso ma non limitato alle mie foto, o commenti sulle mie foto o qualsiasi altra immagine pubblicata nel mio profilo o diario”. E mentre scrivono non si accorgono che le loro foto viaggiano, le parole che lanciano nell’etere pure, che ogni singolo passo che muovono nella rete di amicizie virtuale viene spiato, che le pubblicità che compaiono sulla loro home non sono casuali, che Fb è il mondo dei predoni e che puoi anche spremerti le meningi per scrivere lo status più originale del mondo ma, dopo tre minuti, qualcun altro lo prenderà e lo farà suo. E tu non esisterai. Fottiti.
Io odio quelli che pensano di avere ancora una privacy su Facebook. Ma, dico io, se stai su Facebook come pensi di tutelare la tua privacy? Ma sei scemo? Ma se non vuoi far sapere i fatti tuoi cancellati e basta! Invece no, loro tutelano la loro privacy e minacciano denunce, ricorsi all’Aia, all’Onu e persino alla Caritas. Smanacciano e urlano. Mi spii? Non vale! Lo dico alla mamma! Con te non ci gioco più. Come dici? Sono carino nella foto profilo? Ma dai, allora prendiamoci un caffè! Ehehehhehehe
Io odio quelli che pensano di avere ancora una privacy su Facebook perché ti viene ogni volta voglia di spiegargli perché si chiama social network e non confessionale. Cioè, Facebook è la piazza virtuale più grande al mondo, un continente tra i continenti, un modo per fare rete e tu pretendi di stare solo tu e di non farti vedere? Allora è l’unico posto al mondo dove non devi mettere mai piede. O pensi che, se scrivi quella minchiata, Zuckerberg si spaventa, trema tutto e corre ai ripari?
Io odio quelli che pensano di avere ancora una privacy su Facebook perché ancora non hanno capito che ormai la chat, anche quando ce l’hai disattivata, registra ogni tuo ultimo accesso dal cellulare, che se commenti qualsiasi cosa lo sanno tutti perché esiste la barra laterale dello spione, che se vai in bagno a far pipì la tua bacheca lancia un beep sottile impercettibile che però qualcuno prima o poi coglierà. Se non vuoi che gli altri vedano le tue cose, perché non le risparmi anche a noi?
E poi ci sono i peggiori. Io odio quelli che pensano di avere ancora una privacy su Facebook e, per tutelarla, ogni sera, prima di andare a letto, disattivano il proprio profilo per ripristinarlo all’alba del giorno successivo. Ora: se ti prendi la briga di fare una cosa del genere tutte le sere di certo non stai bene. Ti controlla la Cia? La polizia postale? I carabinieri, la polizia, la forestale, sono tutti contro di te? Quale segreto mistico e inconfessabile dovrai mai nascondere se temi che qualcuno possa intrufolarsi di notte sulla tua bacheca? Eh? I servizi segreti ti stanno a una spanna e tu pensi di fare il furbo chiudendo “casa” tutte le sere? Beh, amico, svegliati: non sei nessuno. Perciò vai a dormire sereno, che alla tua notte nel lettuccio caldo caldo il mondo sopravvivrà.

(da http://www.paralleloquarantuno.it)

Io odio questi politici accattoni che non sanno difendere Antonio

Io odio questa classe politica di accattoni, quelli che, nel regno di Utopia, dovrebbero rappresentare i nostri interessi, dar voce alle nostre voci, combattere al nostro fianco, ma che invece, nel regno di Miseria, si fanno rimborsare due tinture per capelli, i chewingum e persino la Tarsu. Io odio questi esseri piccoli piccoli che gli chiedi: “Come mai ti sei fatto rimborsare la Tarsu?”. E quelli rispondono senza macchia e senza pena che se gliel’hanno rimborsata vuol dire che si poteva fare e che di queste cose si occupa la segretaria. Come uno di quei nobili decaduti che nel Cinquecento non toccavano i soldi perché sporcavano. Però con i soldi mangiavano, come questi, solo che questi ci mangiano troppo, e i soldi con cui mangiano sono nostri.
Io odio questa classe politica di accattoni che nientedimeno per parlare della loro terra, la nostra, devi andare a Bruxelles, portare la vergogna al tavolo grande, spiattellarla in faccia a tutti e far sgranare gli occhi di fronte a questo scempio.
Io odio questi politici minuscoli che si fanno rimbrottare dall’Unione Europea come bambini dell’asilo, che si fanno accusare di fare lo scaricabarile come si faceva da piccoli: “Sei stato tu?” “No, è stato Pasqualino”. E la terra muore, e le persone muoiono, e il buon nome di migliaia di cittadini va a farsi fottere come tutto ciò che questa terra malata produce.
Io odio questa classe politica di accattoni perché qui urlare non serve a niente, darsi fuoco neppure. Qui si tollerano solo i roghi tossici, perché ci si arricchisce grazie a quelli: i voti servono solo per arrivare sulle poltrone che poi consentiranno di farsi rimborsare la tintura per quei quattro capelli bianchi in testa.
Io odio questa classe politica di accattoni perché non ha dignità. Perché tra le parole dignitose e superbe di Antonio e i silenzi dei nostri politici e le loro parole vuote c’è un abisso. Antonio, tutte le sere, è costretto a cenare tappato in casa perché gli avvelenano l’aria e la cena, Antonio fa a botte con chi appicca roghi di stracci, Antonio fa l’operaio e non vuole abbandonare la sua terra. Neanche i politici accattoni vogliono abbandonare la loro terra, e certo, dove vanno, che qui hanno trovato la gallina dalle uova d’oro?
Io odio questa classe politica di accattoni perché è povera, misera, mi fa pena. Non sono stati capaci di mettere su un Registro tumori, non sono stati capaci di dare risposte, non sono stati capaci neppure di venirle a visitare queste terre sconsacrate dagli uomini. No, i cittadini della Terra dei Fuochi devono andare all’estero per essere ascoltati, dev’essere la Chiesa a guidare la protesta. A Bruxelles. Ma non vi vergognate?
Io odio questa classe politica di accattoni perché resta sempre lì, perché è amorale, perché noi non gli strappiamo la poltrona da sotto e i capelli bianchi (tinti) da testa indossando le mascherine anti-veleno. Ecco, di questo non ci vergogniamo neppure un po’, noi?

(da http://www.paralleloquarantuno.it)

Io odio quelli dell’innamoramento facile. Navigano a vista nella futilità

Io odio quelli dall’innamoramento facile. Quelli che perdono la testa per una canzone, una parola, un nuovo amico, un calciatore e ogni volta è come se si accontentassero delle briciole. Quelli che puoi anche regalargli un castello di carte disegnate apposta per loro, con i colori dell’arcobaleno, le note che preferiscono, i disegni più estrosi e naif del mondo, ma loro ci vedranno sempre, dentro, nient’altro che grigio. Perché sono innamorati del nuovo amico, della nuova canzone, della nuova parola o del nuovo calciatore e non vedono altro. Salvo poi prenderla a quel servizio perché l’innamoramento dura quanto il battito di ciglia nel loro oggetto dell’amore.
Io odio quelli dall’innamoramento facile. Quelli che sono tutti cuoricini e la vita in rosa ma non si accorgono di quanto poco hanno accanto quando si fermano a fare di conto. Ah, già, ma quelli dall’innamoramento facile non fanno mai di conto.
Io odio quelli dall’innamoramento facile perché hanno la memoria corta, mentre la gratitudine e la riconoscenza sono tra le virtù più preziose del genere umano, una pietra miliare da scolpire nella storia, un granello intarsiato in una memoria da elefante, quella che, appunto, loro non hanno.
Io odio quelli dall’innamoramento facile perché non hanno ricordi, il muro del giardino della loro casa è liscio e senza rughe e senza crepe. Ma ogni muro, quando ci passi la mano, ti parla e ti canta e con i suoi fossi, i suoi angoli, la sua ruvidezza e la sua morbidezza ti danno il senso del tempo. E invece il muro di quelli dell’innamoramento facile è liscio come la pelle di un bambino, perché è un muro debole che non ha messo radici, è come il muro della baracca dei tre porcellini perché basta un soffio di vento, un’alzata di spalle dell’innamorato momentaneo perché tutto crolli e per terra restano briciole.
Io odio quelli dall’innamoramento facile perché hanno una vita vuota, piena di buchi da riempire, di cocci che non vanno mai al loro posto, di crepe, come tazzine sbreccate ma non come quelle tazzine che durano da secoli e la sbreccatura le fa diventare preziose, no, come quei vecchi piatti scheggiati che quando vengono ospiti a cena ti vergogni di tirare fuori. E che, per questo, non partecipano mai ai pasti buoni, ma solo a quelli di servizio.
Io iodio quelli dall’innamoramento facile perché usano i superlativi, perché è tutto “issimo”, tutto in discesa, perché contrabbandano la loro felicità come universale, come fosse il vaiolo, che devi per forza contagiarti altrimenti sei un imbecille.
Io odio quelli dall’innamoramento facile perché si offrono all’inganno altrui senza nemmeno un velo di protezione. E gli piace essere ingannati. Anzi, cercano i loro aguzzini, li venerano, innamorandosene, e, dopo, restano a leccare loro i piedi e le mani mentre continuano a leccarsi le ferite.
Io odio quelli dall’innamoramento facile perché nel loro essere ottenebrati dall’innamoramento si perdono un sacco di cose, e un sacco di pezzi per la strada, e un sacco di sorrisi e parole importanti, e richieste e offerte, il meglio insomma. E perché, in fin dei conti, sono dei superficiali.
Iodio quelli dall’innamoramento facile perché non sono stupidi, hanno capito che la vita è un’arrampicata che ti graffia e ti spacca il cuore e pensano di rifugiarsi nel superlativo quotidiano come ovatta sulle ferite, come cloroformio contro il dolore. Loro fanno finta di vivere la felicità fior da fiore. In realtà fuggono, fuggono sempre. Perché se sei superficiale fuggire è un modo per non sentire più dolore.

(da http://www.paralleloquarantuno.it)

Iodio i tassisti che fanno i furbi. Neanche più con i turisti funziona

Io odio i tassisti. Quelli che cercano di fotterti, che non sono la maggioranza ma esistono, e distruggono l’intera categoria. Io odio i tassisti che tu li vedi all’angolo della strada che fumano in macchina aspettando il cliente e già ti incazzi perché pensi: “Perché mai dovrei pagare per entrare in una vettura che hai appestato fino a due secondi fa?”. Ma sei di fretta, perciò ci saliresti pure, su quella sigaretta con le ruote, ma no, lui ti chiede, attraverso il finestrino, dove devi andare. Che cambia? Se devo fare un tragitto per cui ti becchi solo 6 euro non mi fai salire? Sai che c’è? Fumatene un’altra, di sigaretta, che trovo un tassista meno sfasolato di te.
Io odio i tassistitangenziale, quelli che dovunque gli chiedi di portarti vogliono sempre prendere la tangenziale. Da via Cilea a via Caldieri? Tangenziale. Perché nelle ore di punta la tangenziale costa quanto Napoli/Sorrento andata e ritorno e loro lo sanno. Solo che lo sai pure tu, santoddio.
Io odio i tassisti che odiano i bambini. E allora li vedi che smaniano se tuo figlio chiacchiera, se si attacca al finestrino per guardare le macchine che lo circondano, se, invece che sedersi precisino si siede in ginocchio, con le scarpe che nemmeno toccano la tappezzeria, perché vuole stare voltato all’indietro. E allora tu glielo dici, alla fine: la prossima volta metti l’insegna che il tuo taxi è vietato ai minori di 18 anni, e vai buono tu.
Io odio i tassisti che non accettano animali, neppure di piccola taglia, sulla loro macchina. Poi vai a vedere e hanno la sugna attaccata al sediolino.
Io odio i tassisti che fanno il giro largo per far correre il tassametro. Ma come fai, dico io, a cercare di fottere proprio me? Sì, è vero, mi hai fatta salire alla stazione, o all’aeroporto, ma non puoi non sentire la mia cadenza, anche se infinitesima, non puoi non capire, dal primo commento che ti faccio per mettere subito in chiaro che sono di Napoli, che, appunto, ho le tue stesse origini. E allora perché vuoi fare la figura dell’imbecille? È ovvio che ti sconfesso ogni strada che cerchi di propormi e ti dico che ti guido io fino a dove mi devi portare no?
Io odio i tassisti che non fanno partire il tassametro. Manco coi turisti funziona più. Siete vecchi.
Io odio i tassisti che pensano di aver diritto alla mancia, come se fossero degli chauffeurs. La corsa viene 9,40? E vorrebbero che arrotondassi a 10,00. Ci provano. Ti dicono che non hanno il resto, prima ancora che tu gli faccia vedere la banconota. Sai cosa? Giro sempre con gli spiccioli, così ti do il giusto indispensabile. Ed è inutile che mi guardi in cagnesco. Tanto ti meriti, buzzurro.
Io iodio i tassisti che stanno sempre sfasteriati, quelli che rispondono al telefono mentre guidano e hanno sempre suonerie improponibili, quelli che ti guardano le gambe se hai la gonna, quelli che si girano sempre a guardare come sei, e, se sei carina abbastanza, ti abboffanodi storielle pietose per attaccare bottone, quelli che vanno a due all’ora per perdere tempo e che ti becchi la colite se non li mandi a quel paese, quelli che è tutta colpa di de Magistris, anche se siamo a corso Garibaldi, non c’è una ztl neppure a pagarla oro, e il traffico è così da vent’anni, quelli che le strisce pedonali sono stinte, forse, perché proprio non le vedono e rischiano di arrotare ogni volta qualcuno. E odio pure le radio dei radiotaxi. Ti mettono quella musica assordante per stupitiarti, così poi arriva il taxi e ti fa il servizietto. Mandolino o canzone napoletana. Quando ti va meglio, Viva la vida dei Coldplay. Sì, io Viva la vida, ma iodio i tassisti.

(da http://www.paralleloquarantuno.it)

Adoro la sabbia e l’essenziale. Tutto il resto è surrogato

Ma tu, Iodi solo, nella vita?

No, Adorio pure, e, una volta a settimana, te lo dimostrerò.

Io adoro la sabbia. Sì, la sabbia. Adoro togliermi gli infradito appena arrivata sulla spiaggia e lasciare che i piedi affondino nei granelli. Adoro camminare sul bagnasciuga e sentire il massaggio naturale sotto le piante dei piedi. Adoro sporcarmi, sedermi nella sabbia con l’acqua che mi bagna le caviglie, sentire quella sensazione di libertà dalla necessità di avere la pelle per forza pulita e senza una macchiolina. Io adoro la sabbia quando si attacca sul telo da mare, che se non è asciutto bene non la levi più, a meno di lavarlo. Adoro lasciarmi sfilare i granelli tra le dita. Adoro, quando vado sulla spiaggia libera, senza lettino né sedia a sdraio, portare con me una borsa chiusa per bene ma con pochissime cose dentro, l’essenziale. Quello che basta per stare al mare: un telo, un libro, la crema protettiva, quattro soldi e un cellulare. La leggerezza della mancanza di necessità. Non guardare mai l’orologio, giocare, farsi bagnare dal mare e lasciarsi accarezzare dal sole fino a sentire le guance arrossarsi. È questa la natura, l’armonia. Tutto il resto è surrogato.

(da http://www.paralleloquarantuno.it)

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