ilariapuglia

mai più dietro un pilastro

Il decalogo della rappresentante di classe

1237La mia scuola è stata attaccata dai doppi turni, ascari maledetti che seminano il panico tra le mamme e contagiano l’intera platea come fossero peste. I sintomi più evidenti sono: ansia, disaffezione alla scuola, manie di persecuzione da parte di chi usufruisce del tempo ridotto rispetto a chi ha i figli a tempo pieno, un ampio dubitare che tutto ciò che comunicano dalla scuola sia vero, cosa che implica la scelta di personaggi strani come fonti attendibili piuttosto che fidarsi delle fonti ufficiali, e una brutta, brutta malattia, gli scontri corpo a corpo utilizzando come arma l’ultimo ritrovato chimico per eccellenza, Whatsapp.

Tutto ciò, come in un film dell’orrore dalla trama perfetta, mi ha spinta, oggi, a stilare un decalogo della rappresentante di classe, generico e completo. Prendete e godetene tutti. E quando oggi, all’uscita di scuola, incontrerete la vostra rappresentante, fatele un sorriso. Ve ne sarà grata.

  1. La rappresentante di classe non è la vostra segretaria. E neppure la vostra inserviente.
  2. La rappresentante di classe non è il vostro pungiball. Iscrivetevi a un corso di pilates, piuttosto.
  3. La rappresentante di classe non rappresenta solo il vostro splendido e specialissimo figlio, ma i bambini dell’intera classe. Che, dunque, devono essere considerati uguali tra loro.
  4. La rappresentante di classe non è Rockfeller. Non chiedetele di anticipare quote e, soprattutto, restituitegliele in fretta qualora decidesse di farlo autonomamente.
  5. La rappresentante di classe non muore dalla voglia di comunicarvi tutte le notizie che le passa la scuola per il fatto di essere il tramite istituzionale con le famiglie, ma è tenuta a farlo. Se pure, dunque, non vi interessano le sue comunicazioni, almeno fate finta di sì.
  6. La rappresentante di classe non ha più tempo da perdere di voi altre mamme, perciò cercate di ridurre al minimo le rotture di scatole riversate fuori dalla sua porta.
  7. La rappresentante di classe non è stipendiata. Tutto ciò che fa per voi lo fa per cortesia e gentilezza. Non abusate della sua pazienza.
  8. La rappresentante di classe rappresenta voi, la sua classe, e basta. Non dà consulenze esterne. Dunque non le chiedete di aiutare rappresentanti di altre classi solo perché vi sembra meglio la vostra.
  9. La rappresentante di classe è rappresentante, ma mica scema: se avete problemi da sollevare firmatele delle richieste scritte. Non rischierà di alzarsi durante la prossima riunione con le insegnanti e trovarsi da sola a perorare una causa non sua.
  10. La rappresentante di classe non ha la pazienza di Giobbe, anche se vi sembra di sì. Fate un piacere al suo stomaco: ogni tanto, insieme a un messaggino whatsapp, regalatele una bustina di camomilla. Roba buona.
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Pratiche da ferie

Il primo giorno di ferie è quello in cui compili liste di cose da fare, seccature da cassare, pratiche da archiviare, tutto quello che nei giorni di lavoro frenetico non sei riuscita a chiudere. E fai liste di pensieri per Natale che non potrai comprare, o che dovrai inventare per spendere meno possibile. E pensi a quanto tempo hai a disposizione, e vorresti utilizzarlo tutto, stare per strada tutto il giorno, mangiare fuori e stancarti gambe e piedi. E ti metti a cancellare le mail che non servono, a svuotare cartelle, a cancellare bozze, a recuperare spazio nella memoria del pc. E pensi che puoi uscire anche un po’ più tardi, che tanto i bambini non hanno scuola, tu non hai impegni, non c’è nessuno che ti corre dietro. Ma senti sempre quell’ansia da frenesia, perché ormai sei assuefatta, abituata, tu vivi così, sei nata così. E allora già sai, nel momento in cui te ne rendi conto, che sì, farai liste, progetti, elenchi, fantasie, ma probabilmente ti metterai a pulire casa, scartare vecchi documenti, sistemare la libreria, fare ordine. Perché senza lavoro non puoi stare e il Natale e la fine dell’anno portano sempre pensieri da pulire.

Stai su Facebook e vuoi tutelare la privacy? Da bravo: torna a letto, sotto le coperte

Io odio quelli che pensano di avere ancora una privacy su Facebook. Tipo quelli che pubblicano la filippica che comincia così: “Dichiaro quanto segue: qualsiasi persona o ente o agente o agenzia di qualsiasi governo, struttura governativa o privata, utilizzando o il monitoraggio di questo sito o qualsiasi dei suoi siti associati, non ha il mio permesso di utilizzare informazioni sul mio profilo, o qualsiasi parte del suo contenuto compaia nel presente, compreso ma non limitato alle mie foto, o commenti sulle mie foto o qualsiasi altra immagine pubblicata nel mio profilo o diario”. E mentre scrivono non si accorgono che le loro foto viaggiano, le parole che lanciano nell’etere pure, che ogni singolo passo che muovono nella rete di amicizie virtuale viene spiato, che le pubblicità che compaiono sulla loro home non sono casuali, che Fb è il mondo dei predoni e che puoi anche spremerti le meningi per scrivere lo status più originale del mondo ma, dopo tre minuti, qualcun altro lo prenderà e lo farà suo. E tu non esisterai. Fottiti.
Io odio quelli che pensano di avere ancora una privacy su Facebook. Ma, dico io, se stai su Facebook come pensi di tutelare la tua privacy? Ma sei scemo? Ma se non vuoi far sapere i fatti tuoi cancellati e basta! Invece no, loro tutelano la loro privacy e minacciano denunce, ricorsi all’Aia, all’Onu e persino alla Caritas. Smanacciano e urlano. Mi spii? Non vale! Lo dico alla mamma! Con te non ci gioco più. Come dici? Sono carino nella foto profilo? Ma dai, allora prendiamoci un caffè! Ehehehhehehe
Io odio quelli che pensano di avere ancora una privacy su Facebook perché ti viene ogni volta voglia di spiegargli perché si chiama social network e non confessionale. Cioè, Facebook è la piazza virtuale più grande al mondo, un continente tra i continenti, un modo per fare rete e tu pretendi di stare solo tu e di non farti vedere? Allora è l’unico posto al mondo dove non devi mettere mai piede. O pensi che, se scrivi quella minchiata, Zuckerberg si spaventa, trema tutto e corre ai ripari?
Io odio quelli che pensano di avere ancora una privacy su Facebook perché ancora non hanno capito che ormai la chat, anche quando ce l’hai disattivata, registra ogni tuo ultimo accesso dal cellulare, che se commenti qualsiasi cosa lo sanno tutti perché esiste la barra laterale dello spione, che se vai in bagno a far pipì la tua bacheca lancia un beep sottile impercettibile che però qualcuno prima o poi coglierà. Se non vuoi che gli altri vedano le tue cose, perché non le risparmi anche a noi?
E poi ci sono i peggiori. Io odio quelli che pensano di avere ancora una privacy su Facebook e, per tutelarla, ogni sera, prima di andare a letto, disattivano il proprio profilo per ripristinarlo all’alba del giorno successivo. Ora: se ti prendi la briga di fare una cosa del genere tutte le sere di certo non stai bene. Ti controlla la Cia? La polizia postale? I carabinieri, la polizia, la forestale, sono tutti contro di te? Quale segreto mistico e inconfessabile dovrai mai nascondere se temi che qualcuno possa intrufolarsi di notte sulla tua bacheca? Eh? I servizi segreti ti stanno a una spanna e tu pensi di fare il furbo chiudendo “casa” tutte le sere? Beh, amico, svegliati: non sei nessuno. Perciò vai a dormire sereno, che alla tua notte nel lettuccio caldo caldo il mondo sopravvivrà.

(da http://www.paralleloquarantuno.it)

Io odio questi politici accattoni che non sanno difendere Antonio

Io odio questa classe politica di accattoni, quelli che, nel regno di Utopia, dovrebbero rappresentare i nostri interessi, dar voce alle nostre voci, combattere al nostro fianco, ma che invece, nel regno di Miseria, si fanno rimborsare due tinture per capelli, i chewingum e persino la Tarsu. Io odio questi esseri piccoli piccoli che gli chiedi: “Come mai ti sei fatto rimborsare la Tarsu?”. E quelli rispondono senza macchia e senza pena che se gliel’hanno rimborsata vuol dire che si poteva fare e che di queste cose si occupa la segretaria. Come uno di quei nobili decaduti che nel Cinquecento non toccavano i soldi perché sporcavano. Però con i soldi mangiavano, come questi, solo che questi ci mangiano troppo, e i soldi con cui mangiano sono nostri.
Io odio questa classe politica di accattoni che nientedimeno per parlare della loro terra, la nostra, devi andare a Bruxelles, portare la vergogna al tavolo grande, spiattellarla in faccia a tutti e far sgranare gli occhi di fronte a questo scempio.
Io odio questi politici minuscoli che si fanno rimbrottare dall’Unione Europea come bambini dell’asilo, che si fanno accusare di fare lo scaricabarile come si faceva da piccoli: “Sei stato tu?” “No, è stato Pasqualino”. E la terra muore, e le persone muoiono, e il buon nome di migliaia di cittadini va a farsi fottere come tutto ciò che questa terra malata produce.
Io odio questa classe politica di accattoni perché qui urlare non serve a niente, darsi fuoco neppure. Qui si tollerano solo i roghi tossici, perché ci si arricchisce grazie a quelli: i voti servono solo per arrivare sulle poltrone che poi consentiranno di farsi rimborsare la tintura per quei quattro capelli bianchi in testa.
Io odio questa classe politica di accattoni perché non ha dignità. Perché tra le parole dignitose e superbe di Antonio e i silenzi dei nostri politici e le loro parole vuote c’è un abisso. Antonio, tutte le sere, è costretto a cenare tappato in casa perché gli avvelenano l’aria e la cena, Antonio fa a botte con chi appicca roghi di stracci, Antonio fa l’operaio e non vuole abbandonare la sua terra. Neanche i politici accattoni vogliono abbandonare la loro terra, e certo, dove vanno, che qui hanno trovato la gallina dalle uova d’oro?
Io odio questa classe politica di accattoni perché è povera, misera, mi fa pena. Non sono stati capaci di mettere su un Registro tumori, non sono stati capaci di dare risposte, non sono stati capaci neppure di venirle a visitare queste terre sconsacrate dagli uomini. No, i cittadini della Terra dei Fuochi devono andare all’estero per essere ascoltati, dev’essere la Chiesa a guidare la protesta. A Bruxelles. Ma non vi vergognate?
Io odio questa classe politica di accattoni perché resta sempre lì, perché è amorale, perché noi non gli strappiamo la poltrona da sotto e i capelli bianchi (tinti) da testa indossando le mascherine anti-veleno. Ecco, di questo non ci vergogniamo neppure un po’, noi?

(da http://www.paralleloquarantuno.it)

Io odio quelli dell’innamoramento facile. Navigano a vista nella futilità

Io odio quelli dall’innamoramento facile. Quelli che perdono la testa per una canzone, una parola, un nuovo amico, un calciatore e ogni volta è come se si accontentassero delle briciole. Quelli che puoi anche regalargli un castello di carte disegnate apposta per loro, con i colori dell’arcobaleno, le note che preferiscono, i disegni più estrosi e naif del mondo, ma loro ci vedranno sempre, dentro, nient’altro che grigio. Perché sono innamorati del nuovo amico, della nuova canzone, della nuova parola o del nuovo calciatore e non vedono altro. Salvo poi prenderla a quel servizio perché l’innamoramento dura quanto il battito di ciglia nel loro oggetto dell’amore.
Io odio quelli dall’innamoramento facile. Quelli che sono tutti cuoricini e la vita in rosa ma non si accorgono di quanto poco hanno accanto quando si fermano a fare di conto. Ah, già, ma quelli dall’innamoramento facile non fanno mai di conto.
Io odio quelli dall’innamoramento facile perché hanno la memoria corta, mentre la gratitudine e la riconoscenza sono tra le virtù più preziose del genere umano, una pietra miliare da scolpire nella storia, un granello intarsiato in una memoria da elefante, quella che, appunto, loro non hanno.
Io odio quelli dall’innamoramento facile perché non hanno ricordi, il muro del giardino della loro casa è liscio e senza rughe e senza crepe. Ma ogni muro, quando ci passi la mano, ti parla e ti canta e con i suoi fossi, i suoi angoli, la sua ruvidezza e la sua morbidezza ti danno il senso del tempo. E invece il muro di quelli dell’innamoramento facile è liscio come la pelle di un bambino, perché è un muro debole che non ha messo radici, è come il muro della baracca dei tre porcellini perché basta un soffio di vento, un’alzata di spalle dell’innamorato momentaneo perché tutto crolli e per terra restano briciole.
Io odio quelli dall’innamoramento facile perché hanno una vita vuota, piena di buchi da riempire, di cocci che non vanno mai al loro posto, di crepe, come tazzine sbreccate ma non come quelle tazzine che durano da secoli e la sbreccatura le fa diventare preziose, no, come quei vecchi piatti scheggiati che quando vengono ospiti a cena ti vergogni di tirare fuori. E che, per questo, non partecipano mai ai pasti buoni, ma solo a quelli di servizio.
Io iodio quelli dall’innamoramento facile perché usano i superlativi, perché è tutto “issimo”, tutto in discesa, perché contrabbandano la loro felicità come universale, come fosse il vaiolo, che devi per forza contagiarti altrimenti sei un imbecille.
Io odio quelli dall’innamoramento facile perché si offrono all’inganno altrui senza nemmeno un velo di protezione. E gli piace essere ingannati. Anzi, cercano i loro aguzzini, li venerano, innamorandosene, e, dopo, restano a leccare loro i piedi e le mani mentre continuano a leccarsi le ferite.
Io odio quelli dall’innamoramento facile perché nel loro essere ottenebrati dall’innamoramento si perdono un sacco di cose, e un sacco di pezzi per la strada, e un sacco di sorrisi e parole importanti, e richieste e offerte, il meglio insomma. E perché, in fin dei conti, sono dei superficiali.
Iodio quelli dall’innamoramento facile perché non sono stupidi, hanno capito che la vita è un’arrampicata che ti graffia e ti spacca il cuore e pensano di rifugiarsi nel superlativo quotidiano come ovatta sulle ferite, come cloroformio contro il dolore. Loro fanno finta di vivere la felicità fior da fiore. In realtà fuggono, fuggono sempre. Perché se sei superficiale fuggire è un modo per non sentire più dolore.

(da http://www.paralleloquarantuno.it)

Iodio i tassisti che fanno i furbi. Neanche più con i turisti funziona

Io odio i tassisti. Quelli che cercano di fotterti, che non sono la maggioranza ma esistono, e distruggono l’intera categoria. Io odio i tassisti che tu li vedi all’angolo della strada che fumano in macchina aspettando il cliente e già ti incazzi perché pensi: “Perché mai dovrei pagare per entrare in una vettura che hai appestato fino a due secondi fa?”. Ma sei di fretta, perciò ci saliresti pure, su quella sigaretta con le ruote, ma no, lui ti chiede, attraverso il finestrino, dove devi andare. Che cambia? Se devo fare un tragitto per cui ti becchi solo 6 euro non mi fai salire? Sai che c’è? Fumatene un’altra, di sigaretta, che trovo un tassista meno sfasolato di te.
Io odio i tassistitangenziale, quelli che dovunque gli chiedi di portarti vogliono sempre prendere la tangenziale. Da via Cilea a via Caldieri? Tangenziale. Perché nelle ore di punta la tangenziale costa quanto Napoli/Sorrento andata e ritorno e loro lo sanno. Solo che lo sai pure tu, santoddio.
Io odio i tassisti che odiano i bambini. E allora li vedi che smaniano se tuo figlio chiacchiera, se si attacca al finestrino per guardare le macchine che lo circondano, se, invece che sedersi precisino si siede in ginocchio, con le scarpe che nemmeno toccano la tappezzeria, perché vuole stare voltato all’indietro. E allora tu glielo dici, alla fine: la prossima volta metti l’insegna che il tuo taxi è vietato ai minori di 18 anni, e vai buono tu.
Io odio i tassisti che non accettano animali, neppure di piccola taglia, sulla loro macchina. Poi vai a vedere e hanno la sugna attaccata al sediolino.
Io odio i tassisti che fanno il giro largo per far correre il tassametro. Ma come fai, dico io, a cercare di fottere proprio me? Sì, è vero, mi hai fatta salire alla stazione, o all’aeroporto, ma non puoi non sentire la mia cadenza, anche se infinitesima, non puoi non capire, dal primo commento che ti faccio per mettere subito in chiaro che sono di Napoli, che, appunto, ho le tue stesse origini. E allora perché vuoi fare la figura dell’imbecille? È ovvio che ti sconfesso ogni strada che cerchi di propormi e ti dico che ti guido io fino a dove mi devi portare no?
Io odio i tassisti che non fanno partire il tassametro. Manco coi turisti funziona più. Siete vecchi.
Io odio i tassisti che pensano di aver diritto alla mancia, come se fossero degli chauffeurs. La corsa viene 9,40? E vorrebbero che arrotondassi a 10,00. Ci provano. Ti dicono che non hanno il resto, prima ancora che tu gli faccia vedere la banconota. Sai cosa? Giro sempre con gli spiccioli, così ti do il giusto indispensabile. Ed è inutile che mi guardi in cagnesco. Tanto ti meriti, buzzurro.
Io iodio i tassisti che stanno sempre sfasteriati, quelli che rispondono al telefono mentre guidano e hanno sempre suonerie improponibili, quelli che ti guardano le gambe se hai la gonna, quelli che si girano sempre a guardare come sei, e, se sei carina abbastanza, ti abboffanodi storielle pietose per attaccare bottone, quelli che vanno a due all’ora per perdere tempo e che ti becchi la colite se non li mandi a quel paese, quelli che è tutta colpa di de Magistris, anche se siamo a corso Garibaldi, non c’è una ztl neppure a pagarla oro, e il traffico è così da vent’anni, quelli che le strisce pedonali sono stinte, forse, perché proprio non le vedono e rischiano di arrotare ogni volta qualcuno. E odio pure le radio dei radiotaxi. Ti mettono quella musica assordante per stupitiarti, così poi arriva il taxi e ti fa il servizietto. Mandolino o canzone napoletana. Quando ti va meglio, Viva la vida dei Coldplay. Sì, io Viva la vida, ma iodio i tassisti.

(da http://www.paralleloquarantuno.it)

Adoro la sabbia e l’essenziale. Tutto il resto è surrogato

Ma tu, Iodi solo, nella vita?

No, Adorio pure, e, una volta a settimana, te lo dimostrerò.

Io adoro la sabbia. Sì, la sabbia. Adoro togliermi gli infradito appena arrivata sulla spiaggia e lasciare che i piedi affondino nei granelli. Adoro camminare sul bagnasciuga e sentire il massaggio naturale sotto le piante dei piedi. Adoro sporcarmi, sedermi nella sabbia con l’acqua che mi bagna le caviglie, sentire quella sensazione di libertà dalla necessità di avere la pelle per forza pulita e senza una macchiolina. Io adoro la sabbia quando si attacca sul telo da mare, che se non è asciutto bene non la levi più, a meno di lavarlo. Adoro lasciarmi sfilare i granelli tra le dita. Adoro, quando vado sulla spiaggia libera, senza lettino né sedia a sdraio, portare con me una borsa chiusa per bene ma con pochissime cose dentro, l’essenziale. Quello che basta per stare al mare: un telo, un libro, la crema protettiva, quattro soldi e un cellulare. La leggerezza della mancanza di necessità. Non guardare mai l’orologio, giocare, farsi bagnare dal mare e lasciarsi accarezzare dal sole fino a sentire le guance arrossarsi. È questa la natura, l’armonia. Tutto il resto è surrogato.

(da http://www.paralleloquarantuno.it)

Io odio chi non vuole confrontarsi perché non regge

Io odio chi non regge il confronto, anzi, chi proprio non lo vuole e ti massacra sul piano personale dimenticando il piano concettuale da cui, forse, voleva partire. Tipo chi legge un tuo articolo e dice: “Non sono d’accordo”. Ma non è che ti spiega perché non è d’accordo, no. Ti dice che sei una “stronza”, che tua madre fa il mestiere più antico del mondo, che sei una frustrata, avvelenata con la vita, che sei una povera femmina, che non fai sesso e che, soprattutto, non puoi parlare, non ne hai il diritto, non c’eri. Allora tu ti armi di santa pazienza, fai un respiro grande quanto il bosco di Capodimonte e gli dici: “Ok, parliamone, perché non sei d’accordo?”. E quello resta spiazzato, perché pensa che sei matta, dopo che ti ha chiamato stronza, a voler parlare con lui. E ti fa un piccolo accenno contenutistico con toni acidi e violenti. Tu, sempre armata di santa pazienza e respirando come sotto aerosol, rispondi a quel punto contenutistico, con calma, dolcezza, smontandoglielo pezzo pezzo. E quello che fa? Mica apprezza, si siede e ti offre un caffè virtuale per fare una chiacchiera, no. Al tuo soffermarti risponde che lo annoi (ahahhahahah!), che se te la sei presa faresti bene a cambiare mestiere. Ma come, me la sono presa? Mi hai chiamata stronza e sto qui a parlare con te! “Sì, ma perché fingi, è evidente, il tuo essere donna non potrebbe mai farti ammettere che te la sei presa – sic e sigh – perciò per piacere piantiamola, che non c’ho tempo di parlare con te”.
Oppure, quello si siede, anche se a malincuore, non si prende il caffè ma dialoga. Ha solo capito male, te ne sei resa conto subito: lui parla di una cosa, di un panorama, tu ne intendevi un’altra. Eri stata chiara, tu, nel tuo pezzo, chiarissima, ma poiché gran parte dei lettori caricano sempre le parole di ciò che vorrebbero o non vorrebbero leggere, capita che neppure leggano l’articolo ma si fermino al titolo. Allora si parla, parla, parla, a lungo si parla. Quello capisce che stavate parlando di due cose diverse, lo capisce. Ma non può dirti che l’ha capito, che aveva sbagliato, che aveva capito male e si era fermato a un livello superficiale. No, sarebbe come dire “ho il pisello corto”, ne andrebbe della sua autostima (a te non può fregare di meno, tu vuoi solo parlare). E allora pure lui ti dice che proprio non vuoi capire. Ma come non voglio capire? Sto qua, comoda comoda a parlare e a spiegarti, perché mi dici che non voglio capire? “Perché tanto voi giornalisti sempre così, dai, vabbè me ne torno a lavorare”. Salvo che poi lo vedi che commenta a pazzo anche la lista della spesa dell’amico virtuale. Ma a te no, pur di non dartela vinta ti chiude la bacheca in faccia e ti dice: “Ciao buona giornata”. E vabbè, buona giornata pur’a te.
Oppure, quello manco ti risponde. Ti chiude direttamente la bacheca. Ti blocca, cancella dagli amici, segnala a Facebook, Twitter, persino a Google e alla salumiera di fronte, pure se abita a Canicattì. Kaput. Sei morta. Hai osato scrivere una cosa che lui proprio non tollera: se stavamo in America comprava un kalashnikov e te lo puntava dritto sui denti.
Perché in fondo la gente è un po’ fatta così. Non si confronta perché costa fatica, sudore, tempo, energia. E la gente non ne ha di queste cose, soprattutto l’energia. Vorrebbe commentare per sopraffarti. Perché è abituata a trovare chi non risponde affatto o chi manda direttamente a fanculo. Tu, invece, che vorresti pure mandarlo a fanculo, ma dopo un ragionamento di almeno tre ore perché di energia ne hai fin troppa, sei un ingranaggio malato, distorto, deviato. Insomma, tu, ma aro’ si’ asciuta tu? Torna da dove sei venuta, va’, che non ti voglio manco vedere in cartolina. “Mi annoi”. E lo capisco, bello, ma io con te, invece, mi sbellico!

(da http://www.paralleloquarantuno.it)

Io odio capere e inciucesse. Pensate a vivere la vostra vita

Io odio chi non si fa i fatti suoi. Tipo la tabaccaia sotto casa mia, che appena arriva maggio, puntuale tutti gli anni e tutte le mattine, mi aspetta fuori il negozio alle 8 precise per la solita domanda retorica: “Ancora a scuola, questi poveri bambini?”, tanto che ormai, mentre la mando mentalmente a quel paese le sorrido persino.
Io odio chi non si fa i fatti suoi. Tipo le signore che quando vedono una mamma che cammina per strada col pargolo urlante nel passeggino perché fa i capricci si ergono a paladine di tutti i bambini del mondo. E allora giù con quelle frasi da impiccagione istantanea tipo: “Signora, suo figlio piange”. Come se una non si accorgesse delle urla da pazzo del suo bambino. Oppure “forse ha bisogno di bere”, dopo che tu hai provato a cambiargli il pannolino, dargli il biberon, comprato da mangiare, un giocattolino, riempito di baci e di tutte le coccole del mondo, hai provato persino a sgridarlo, per farlo stare zitto, ma niente. O anche “provi a dondolarlo un po’” che tu vorresti solo dirle “ma perché non vai a dondolarti un po’ lontano da qui, vecchia bacucca, prima che ti faccio dondolare io tutti i denti?”.
Io odio chi non si fa i fatti suoi. Tipo che tu scrivi un post sibillino su Fb e il ficcanaso di turno ti scrive in privato per chiederti: “Che intendi? Con chi ce l’hai?”. E se volevo dirlo a qualcuno lo venivo a dire proprio a te?
Io odio chi non si fa i fatti suoi. Tipo che sei al ristorante, e capiti con il tavolo accanto alla scalinata di accesso alla sala, e quelli che salgono per vedere se c’è posto si fermano vicino a te che mangi i paccheri alla genovese di pesce e allungano il collo quasi nel piatto tuo per capire cosa c’è. Un menu quando ti siedi, no?
Io odio chi non si fa i fatti suoi. Tipo che tu butti la spazzatura, e quelli vengono a vedere cosa si scorge dalla trasparenza del sacchetto. O il portiere che legge le intestazioni della tua posta per capire chi è che ti scrive, o il giardiniere che ti domanda ogni mattina cosa farai della tua giornata, o la signora del piano di sotto, alla quale non hai mai rivolto la parola se non per un “buongiorno” e che invece se la incontri sa tutto di te (hai parlato con il postino, portiere e il giardiniere, eh?). Io odio le capere, le inciucesse, anche al maschile, i curiosi del macabro, gli amanti della cofecchia e del pettegolezzo. Chi, semplicemente, non pensa a vivere la propria vita ma guarda sempre a quella degli altri. Riempitela la vostra vita, di qualcosa per cui valga la pena vivere. Non vivete sempre la vita degli altri. Liberatevi. E liberate noi, soprattutto. Di voi.

(da http://www.paralleloquarantuno.it)

Adorio tirare fuori i panni dal cestello. Il bucato profuma di vento e sole

Ma tu, Iodi solo, nella vita? No, Adorio pure, e tanto, e una volta a settimana ve lo dimostrerò.

Io adoro fare le lavatrici e stendere i panni. Dev’esserci qualcosa di atavico in questo adorio, a parte il piacere della pulizia, perché la stessa passione l’aveva la mia bisnonna. Io adoro fare la lavatrice ogni sera, sapendo che l’indomani mattina potrò divertirmi a fare “la spasa” sui fili del balcone, come si usa da queste parti, che la trovo un’usanza meravigliosa. Tutti quei panni colorati da guardare con il naso all’insù che sembrano un trionfo di colori e di vita. Che quando vedi solo abiti grigi e neri appesi fuori le finestre pensi “quanta tristezza dev’esserci in quella casa”.
Io adoro fare lavatrici colorate, a trenta gradi, e lavatrici bianche candide candide a sessanta. E mi piace pure il prelavaggio per le pezze che uso per spolverare e per gli stracci per lavare a terra. Mi piace la sensazione di caldo/freddo quando tiri fuori i panni dal cestello, l’aggrovigliamento di maniche, calzini, gambe di pantaloni. Mi piace mettere tutto in una bacinella, prendere il cestino delle mollette e andare canticchiando fuori al balcone. Le lenzuola sui fili , i panni più piccoli sullo stendi-panni. Un rito. Sui due bracci laterali le cose più leggere, così il vento le asciugherà più in fretta, sulla parte centrale gli asciugamani, i pantaloni, le magliette più grandi e i pigiami, che resteranno lì un po’ di più. Mi piace sbattere ogni indumento prima di stenderlo, per allungarlo bene, girarlo nel verso giusto e puntare le mollette sulle cuciture, in modo da stirare, dopo, il meno possibile. Mi piacciono le mollette: non quelle di legno, che a volte macchiano, le mollette devono essere bianche, di plastica doppia, resistenti e delicate. Mi piace allineare i panni per sfumature di colori, tanto da rendere quello stendi-panni un tripudio di felicità.
Io adoro guardarli svolazzare quando c’è vento, diventare caldi quando c’è il sole, adoro la possibilità di tirarli dentro e fare un’altra lavatrice dopo tre ore d’estate. E le lenzuola hanno un fascino particolare. Il fascino del bucato delle nostre nonne, quello in cui affondare il naso e perdersi qualche minuto. E adoro il detersivo: è il profumo che ti porterai addosso.

(da http://www.paralleloquarantuno.it)

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